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Ferrara l’opera “Touch” Toccate con mano le storie degli ebrei deportati”

Al museo nazionale della Shoah un’installazione per “salvare il ricordo di ciò che è stato”

FERRARA – Il momento più emozionante dell’inaugurazione di ieri al Meis è stato quando i tanti presenti hanno potuto accarezzare l’anima di “Touch – Toccare alcune storie di cittadini ferraresi ebrei deportati”. L’installazione esposta al Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah ha aperto le commemorazioni per il Giorno della Memoria a Ferrara, coinvolgendo tutti i presenti.

“Il filo conduttore di quest’anno – ha esordito Anna Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storica Contemporanea – segue due percorsi: il primo vuole ricreare le vicende individuali; il secondo ricostruire quelle dei Giusti, di coloro che non hanno esitato a mettersi in pericolo per aiutare chi era in difficoltà. Dobbiamo trasmettere ai nostri giovani che c’è stato chi si prese la responsabilità delle sue azioni”. Touch non è il solito meccanismo multimediale. Non basta un tocco lieve per cambiare il mondo dietro uno schermo, alla maniera di un iPhone. È necessario sfregare con determinazione le tessere nere che ridanno luce alle immagini, ai dieci volti racchiusi al loro interno. Immagini di inchiostro termo-cromico che vanno mantenute vive con fatica, prima di essere ringhiottite dall’oblio. Di fianco le storie di ognuno di loro può essere letta a parete, sempre in risalto nero su bianco, o ascoltata grazie a un paio di cuffie e a una voce narrante, che legge in prima persona.

“Auspico sia questo il primo atto di un percorso più lungo e strutturato per il recupero delle biografie – ha spiegato la docente Marcella Ravenna, che ha fornito la consulenza storica al lavoro fotografico – È la risposta a un’esigenza espressa dentro la nostra Comunità per salvare il ricordo di ciò che è stato”. È la prima volta che concretamente è stata soddisfatta quella domanda, che prescinde da religioni o appartenenze, ma raccoglie l’intera città. “L’installazione è il tratto finale di dieci anni di lavoro con Giulio Malfer – ha concluso Piero Cavagna, uno dei due curatori – in cui abbiamo coinvolto tanti ragazzi, anche con i viaggi della Memoria ad Auschwitz. Ma era evidente il rischio di un pellegrinaggio obbligato, didascalico, con i suoi riti, i gonfaloni delle amministrazioni… Invece volevamo ricostruire l’idea di una comunità che si sente nuovamente viva e unita”.

Il ricordo ha senso solo se non è limitato a un istante._Matteo Bianchi. A cura di Piero Cavagna, Giulio Malfer